Le forme più interessanti osservabili, senza notevoli sforzi, sul Sole sono
senza dubbio le macchie solari. La loro presenza fu confermata nel secolo scorso,
ma da alcune testimonianze si riscontra che già nell’ antichità erano oggetto
di studio. Si narra che durante il III secolo a.C. l’astronomo cinese
Kan Te poté osservarle quando le tempeste di polvere che spazzavano
le pianure della Cina del nord attenuavano la luce del Sole consentendo l’osservazione
senza rischi alla vista. Ma queste testimonianze non sono altro che tracce sparse
nella letteratura antica.
Nel 1607 Johannes Kepler, desideroso di osservare un previsto
transito di Mercurio sul disco solare, ne proiettò l’immagine attraverso un
piccolo foro nel soffitto della sua casa ed osservò una macchia nera che ritenne
essere il pianeta. Il giorno seguente Kepler tentò di nuovo l’osservazione e
notò ancora la presenza di quella macchia, e poiché Mercurio impiega solo poche
ore per attraversare il disco solare comprese che quello che aveva osservato
non poteva essere Mercurio. Anche Galileo Galilei con il suo
telescopio ha cercato di studiarle in maniera approfondita dandone una prova
sulla loro esistenza ma il suo impegno non venne riconosciuto a causa della
concezione sulla Natura; il Sole era allora ritenuto perfetto, privo di macchie.
E poi sappiamo benissimo che la Chiesa lo ha contestato fino ai suoi ultimi
giorni di vita.
Ma il primo che studiò le macchie solari in modo più dettagliato fu uno studente
di farmacologia dell’università di Berlino, Heinrich Schwabe.
Tutto incominciò nel 1825 quando vinse con la lotteria un telescopio che utilizzò
per osservare il Sole, ma il suo vero obbiettivo era scoprire un ipotetico pianeta
che riteneva che si trovasse all’interno dell’orbita di Mercurio. A stimolare
tale desiderio furono le cronache di William Herschel che nel
1781 scoprì Urano. Capì che un buon metodo osservativo era quello di aspettare
un transito sul Sole, ma per far ciò doveva distinguere il disco del pianeta
dalle macchie. Il pianeta non venne scoperto mai, ma Schwabe si indirizzò con
tale interesse sulle macchie solari, infatti nel 1843 annunciò che il numero
delle macchie aumentava e diminuiva seguendo un ciclo fisso di 10.4 anni, oggigiorno
corretto a 11.
Successivamente un astronomo dilettante britannico Richard Carrington
si cimentò anche lui all’osservazione del Sole. Lo studio vero e proprio incominciò
nel 1853, quando, possedendo una gran somma di denaro si fece costruire un osservatorio
in località chiamata Redhill dotata di strumentazione professionale. Egli scoprì
che esse non soltanto si muovono ad intervalli regolari, ma migrano in modo
sistematico verso l’equatore solare. Inoltre scoprì che le macchie hanno origine
da due larghe fasce compresi tra i 20 e i 40 gradi latitudine nord e altrettanto
nella latitudine sud. Carrington capì subito che studiando le macchie solari
si poteva calcolare la velocità di rotazione del Sole e ben presto dichiarò
che le macchie che si formano a latitudini lontani dall’equatore impiegavano,
per fare un giro completo, circa 30 giorni mentre in prossimità dell’equatore
27 . Questa dunque è l’ulteriore conferma del fenomeno della “rotazione differenziata”.
Nel 1908 un progettista americano di telescopi George Ellary Hale
si costruì il primo elio-spettrografo che utilizzò per osservare il Sole. Hale
mentre stava analizzando uno spettrogramma ottenuto lungo una banda che intersecava
una macchia notò che le sottili righe create dall’assorbimento della luce da
entrambi i lati della macchia si frazionavano in tre righe separate all’interno
della macchia stessa. Capì subito che si trattava dell’effetto Zeeman,
cioè la frammentazione delle righe spettrali nel caso in cui un elemento viene
esposto a un intenso campo magnetico che altera i livelli energetici degli atomi
in misura legata alla sua intensità. Da questa scoperta il fenomeno delle macchie
solari può essere ricondotto in grandi linee così: l’intenso campo magnetico
del Sole impedisce in alcuni punti della Fotosfera la risalita del calore proveniente
dal nucleo formando così delle regioni più fredde e dunque più scure, infatti
la loro temperatura è di circa 4000°C contro i 6000°C delle zone circostanti.

(una macchia solare)