La grandezza fisica denominata magnitudine misura il grado di luminosità che un corpo celeste possiede, dal momento che la magnitudine di un corpo celeste dipende fortemente dalla distanza esistono due tipologie di magnitudini: quella assoluta e quella apparente. Procediamo adesso all’analisi in dettaglio di queste due grandezze.
La magnitudine apparente misura la luminosità di un corpo in relazione alle
condizioni con cui esso ci appare, ossia fortemente influenzato dalla distanza
dall’osservatore. La scala delle magnitudini apparenti si basa su classi di
luminosità che sono individuate dalla sequenza dei numeri interi: -5,-4….0,1,2,3….6.
L’esigenza di adottare un metro di giudizio universale ha determinato la scelta
di una luminosità fondamentale da cui derivano tutte le altre classi. Per questa
scelta è stata adottata la luminosità della stella Vega a cui è stata attribuita
per convenzione la magnitudine 0.0. Bisogna precisare che la magnitudine non
possiede un’unità di misura ma è un numero puro.
L’odierno sistema delle magnitudini apparenti deriva dalle speculazioni dell’astronomo
greco Ipparco che, vissuto tra il 190 a.C. e il 120 a.C., fu
un grande studioso di astronomia, cartografia e matematica. Ipparco, potendo
contare sull’unico strumento di cui disponeva ovvero l’occhio umano, divise
le stelle che riusciva ad osservare in sei classi di luminosità che andavano
dalla classe 1 che radunava le più luminose fino alla classe 6 che racchiudeva
le più deboli. Nel corso della sua vita Ipparco costruì un catalogo stellare
che radunava 1080 oggetti fino alla 6° magnitudine.
Purtroppo questo sistema era ed è tutt’oggi un sistema tutt’altro che intuitivo,
inoltre non permette una stima accurata della luminosità delle stelle. Per queste
motivazioni intorno al 1856 l’astronomo Pogson cercò di conferire
al vago sistema introdotto da Ipparco una struttura matematicamente più accettabile
stabilendo dei limiti ben definiti. Pogson stabilì arbitrariamente che tra una
stella di magnitudine 1 e una stella di magnitudine 6 intercorre una differenza
di luminosità pari a 100, inoltre egli fu il primo a formulare l’ipotesi che
l’occhio umano presenta una risposta di tipo logaritmico alle differenze di
luminosità.
Per questa ragione la relazione matematica proposta da Pogson contiene al suo
interno la funzione logaritmica.
Dal momento che tra 5 classi di magnitudine (ottenute dalla sottrazione di 6-1)
intercorre una differenza di luminosità pari a 100 basterà effettuare la radice
quinta di 100 per ottenere la differenza di magnitudini tra due classi successive.
Effettuando il conto otteniamo il valore 2.512 che ci fornisce la differenza di luminosità tra due magnitudini, da ciò ne consegue che una stella di prima magnitudine è circa 2.5 volte più luminosa di una stella di seconda, iterando il discorso si può facilmente verificare che ogni stella è 2.5 volte più luminosa di quella che la segue.

Nell’immagine qui sopra sono evidenziati i rapporti in termini di luminosità tra cinque ipotetiche stelle di magnitudine compresa tra 1 e 6 cioè esattamente pari a una differenza di 5 classi. Nella parte destra del disegno sono invece riportati i rapporti in termini di luminosità (2.5 X, 6.25 X, 15.6 X, 39.1 X, 100 X) tra classi consecutive e non; ad esempio tra una stella di magnitudine 3 e una di magnitudine 6 intercorre una differenza di luminosità pari a 15.6, tra una stella di magnitudine 2 e una di magnitudine 6 intercorre una differenza di luminosità pari a 39.1, ecc. Ovviamente la scala delle magnitudini non termina con la classe 6 ma prosegue indefinitamente mediante rapporti di luminosità infiniti. Attualmente gli oggetti più deboli mai osservati sono stati fotografati dall’Hubble Space Telescope e hanno una magnitudine apparente pari a 30. La tabella sotto riportata mostra i valori di magnitudine di alcuni fra i più importanti corpi celesti.
| Oggetto | Magnitudine apparente |
|---|---|
| Sole | -26.8* |
| Luna | -12.5* |
| Venere | -4.5* |
| Giove | -2.2* |
| Sirio | -1.46 |
| Vega | 0.0 (per convenzione) |
| Saturno | 1.00* |
| Polaris (stalla polare) | 2.00a |
| Limite occhio umano | 6.0 |
| Oggetti più deboli mai osservati | 30.0 |
* valori massimi, a valore medio poiché la stella polare è una stella variabile
La magnitudine assoluta misura il grado di luminosità dei corpi celesti come
se essi fossero idealmente posti a una distanza di 10 parsec dall’osservatore.
Il parsec è un’unità di misura molto usata in astronomia, un parsec per definizione
equivale a 3.26 anni luce quindi 10 parsec equivalgono a una distanza di circa
32.6 anni luce. Questa costruzione apparentemente astrusa nasce dalla motivazione
di dover in qualche moto comparare la luminosità intrinseca degli oggetti, ma
per far ciò dobbiamo necessariamente sbarazzarci della dipendenza dalla distanza
che altera in maniera preponderante tutte le misure. In generale alcune stelle
che apparentemente ci sembrano poco luminose possiedono luminosità assolute
talmente elevate che se si trovassero alla famosa distanza di 10 parsec riuscirebbero
a proiettare le ombre sulla Terra, proprio come fa il nostro Sole. Ovviamente
anche il discorso opposto è perfettamente valido.
Per comprendere meglio questo fenomeno introduciamo qualche esempio: la stella
Rigel nella costellazione di Orione possiede una magnitudine
apparente pari a 0.32 ma se si trovasse a 32 anni luce di distanza raggiungerebbe
addirittura magnitudine -7.0, ciò le permetterebbe di risplendere in cielo con
luminosità pari alla Luna “al primo quarto”. Ma Rigel non è la sola a subire
questo effetto, ad esempio Deneb avrebbe magnitudine assoluta
pari a -7,2, Naos -7,3, Betelgeuse -5,6 e
Sirio 1,4.
Il Sole presenta una magnitudine apparente pari a circa -26.8 (per un osservatore
posto sulla Terra) poiché è vicinissimo ma se anch’esso fosse posto a distanza
di 10 pc avrebbe magnitudine assoluta pari a circa 4,5.
Nella misurazione della magnitudine delle stelle bisogna porre particolare attenzione
alle stelle variabili che presentano una naturale variazione di luminosità (di
solito) costante nel tempo. Uno dei casi più famosi è costituito dalla stella
Polare che presenta oscillazioni comprese tra magnitudine 2,1 e 2,2 in 4 giorni
circa. In questi casi si attribuisce al corpo la magnitudine media compresa
tra i due picchi di luminosità. Le problematiche inerenti alle stelle variabili
verranno affrontate nell’apposita sezione.